DownloaderUna interpretazione psicoanalitica

Nell’esperienza umana c’è una solitudine ricercata come valore, come spazio di individuazione e di introspezione, una solitudine necessaria nel sottolineare i momenti di separazione che segnano le tappe evolutive dei processi di crescita, ma ci sono anche stati psichici in cui la solitudine è sentita come condanna, come impossibilità o incapacità di “stare con”. E’questo un sentimento spesso molto doloroso, in cui la percezione della solitudine si associa a stati interni di insoddisfazione, di tristezza, di ansia, di timore, o addirittura di disperazione e/o di panico.

La psicoanalisi, attraverso lo studio dei meccanismi psichici, ci dà la possibilità di indagare sulle radici profonde, sui risvolti inconsci di questa sofferenza, della quale siamo in genere, a seconda dei casi, propensi a dare la responsabilità al mondo esterno o a noi stessi. Sono gli altri che ingrati, invidiosi, egoisti ci hanno abbandonato o ci stanno vicini senza amarci veramente, ma solo per sfruttarci o usarci opportunisticamente (paranoia). Oppure ci sentiamo noi cattivi, egoisti o inadeguati, indegni di considerazione e quindi giustamente messi al cantuccio (depressione).

Il senso di solitudine attraversa così, come sintomo doloroso,  le due grandi aree della patologia psichica della paranoia e della depressione, assumendo connotazioni diverse a seconda delle diverse strutture e costellazioni psicologiche e dei diversi gradi di disagio, correlandosi alle specifiche vicende di ogni storia individuale.

Tale percezione dolorosa non ha necessariamente una relazione con una solitudine reale (il vivere da soli, non avere amici, non avere un /una partner ecc.); si tratta di un sentimento interiore, profondo, un disagio che si può sperimentare anche quando si sta in compagnia, in famiglia, nella vita di coppia o in mezzo ad una festa. Così come, al contrario, ci si può non sentire dolorosamente soli anche se si sta realmente da soli, anzi se ne può trarre addirittura un piacere.

Il senso di solitudine come mancanza si accompagna spesso all’idea di vuoto. Per dire che ci sentiamo soli usiamo spesso immagini come “sento un vuoto”, “la casa mi sembra vuota”, “sono come svuotato/a”. Queste espressioni ci indicano quanto il sentimento di solitudine riguardi il nostro mondo interno.  La mancanza che, a livello di coscienza, avvertiamo come esterna, come mancanza di amici, di genitori, di un partner, insomma di qualcuno che ci voglia bene e si curi di noi, è in realtà la proiezione al di fuori di noi di una mancanza interna, di un vuoto, cioè dell’assenza di quelle risorse interne che ogni essere umano dovrebbe possedere, come risultato delle proprie potenzialità energetiche e della tesaurizzazione delle esperienze positive della propria esistenza. Con una metafora, è come se avendo fame ci si ritrovasse con la dispensa vuota, privi delle provviste che ognuno dovrebbe possedere per i propri bisogni.

Caposaldo della ricerca psicoanalitica è la scoperta freudiana, secondo la quale i meccanismi psichici, variando solo nella quantità e nella modalità di funzionamento, sono analoghi nella patologia e nella cosiddetta “sanità” mentale. Pertanto il sentimento di solitudine e di vuoto non risparmia nessuno dei diversi quadri psicologici, pur variando nell’intensità e nelle manifestazioni, dalla dimensione assoluta dell’autismo, al panico che si associa  alle fobie, alla sensazione di esclusione o di perdita che tutti possiamo provare in determinate situazioni.

Due modi di percepire la solitudine:

1) la “Hilflosigkeit” o “mancanza di aiuto”
Il sentimento prevalente è di essere abbandonati, si avverte dolorosamente un’assenza, una perdita; è quella che Freud chiamò Hilflosigkeit o mancanza di aiuto. Il modello fondamentale è quello del trauma della nascita: ciò che può provare un neonato sbalzato fuori dalla calda protezione dell’utero materno ritrovandosi esposto alle intemperie e alle asperità del mondo. E’ un sentimento che può essere avvertito in gradi diversi, accompagnandosi a stati interni che possono andare dalla disperazione (il panico, per fare un esempio, che potrebbe provare un naufrago sperduto in mezzo all’oceano) allo struggimento o alla nostalgia.

2) Il deserto degli affetti
In questo caso il sentimento di solitudine, pur con diverse gradazioni e sfumature, si connota come sentimento di indifferenza, di aridità affettiva. Non soltanto ci sembra che nessuno ci ami o si preoccupi di noi, ma avvertiamo un’incapacità di amare, un vuoto interiore, una mancanza di interesse e un’impossibilità di legarsi affettivamente a chicchessia.

I processi psichici che concorrono a queste condizioni psicologiche sono molteplici e complessi e si correlano alle diverse esperienze di vita di ognuno. Vorrei qui soffermarmi in particolare su un punto: il problema dell’autostima collegato al sentimento della propria identità. Un soddisfacente sentimento di sé ed un buon livello di autostima possono infatti essere metaforicamente rappresentati da quella immagine a cui ho accennato prima, di una dispensa contenente le provviste a cui attingere in caso di bisogno, il che ci rinvia in qualche modo al senso di “pieno” o di “vuoto”.

Da un punto di vista psicoanalitico il processo di formazione dell’identità si fonda essenzialmente sul meccanismo dell’identificazione, attraverso il quale noi tesaurizziamo le nostre relazioni affettivamente significative con il mondo, sì che, semplificando, si può dire che noi “siamo” le nostre esperienze, il risultato cioè di una interrelazione tra noi e il mondo. Se è vero che questo processo dura tutta la vita, è pur vero che l’infanzia e successivamente l’adolescenza sono due momenti cruciali nella costituzione del nucleo centrale della nostra identità. Diversi studi hanno dimostrato l’influenza determinante del vissuto del primissimo periodo di vita nella strutturazione delle stesse funzioni mentali, tra cui il meccanismo dell’identificazione, che può fermarsi ad uno stadio primitivo, di pura e semplice imitazione, o svilupparsi, in concomitanza con un buon processo di crescita e di individuazione, in una elaborazione più complessa ed autonoma dell’esperienza.

Uno sguardo allo specifico femminile

Fin qui il mio discorso non fa distinzione di genere: il sentimento di solitudine può riguardare sia gli uomini che le donne. Vorrei tuttavia ora porre l’accento su alcuni elementi che ritengo particolarmente significativi riguardo allo specifico femminile.

 Il peso del contesto sociale e culturale, che l’ha storicamente relegata in una posizione subalterna, passa pertanto nella donna, a livello conscio e inconscio, attraverso la mediazione dei genitori e dell’ambiente. E’ ovvio che una madre che abbia dentro di sé un’immagine

femminile svalutata e un sentimento incerto della propria identità e del proprio posto nel mondo, delusa, magari anche soltanto a livello inconscio, nelle proprie aspettative (indotte  dall’ambiente) di un figlio maschio, costituirà un condizionamento determinante nella formazione del sentimento di autostima della figlia. Il condizionamento poi può essere rinforzato dalla relazione col padre e successivamente con l’ambiente sociale, producendo, in mancanza di una stabilità interna, una grande dipendenza affettiva. Il bisogno dell’altro (madre, padre, amica, partner ecc.) come sostegno esterno del proprio vuoto interno può, nei casi più gravi, divenire così totalizzante che anche un momentaneo allontanamento può essere vissuto come catastrofico, determinando un sentimento di solitudine cosmica, di perdita, di mancanza di aiuto.

In altri casi, invece, spesso sotto la spinta di un contesto culturale e sociale che lo favorisce, la dipendenza affettiva viene totalmente negata e sostituita con l’affermazione di un’autonomia posticcia del tipo “io non ho bisogno di nessuno”, vale a dire con l’assunzione di un’identità sovrapposta o “falso sé”, che si fonda su identificazioni di tipo imitativo su modelli e valori non creativamente interiorizzati (ad esempio quelli più tradizionalmente maschili del denaro e del successo, talora anche coartando  e strumentalizzando in questa direzione l’immagine del proprio corpo). Il risultato è un sentimento di alienazione che comporta una percezione desolante di solitudine come inaridimento di sé e del mondo.

 

Anna Maria Targioni Violani

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