Voci da dentro

Lavorare come psicologa in carcere ti mette a contatto con una realtà diversa da quella che vivi abitualmente ed è nel carcere che ti arricchisci a livello umano, che aumentano le tue conoscenze professionali, che vieni a contatto con donne che pur avendo la tua stessa condizione femminile hanno vissuto una vita diversa dalla tua. E ti spiegano cosa voglia dire la sofferenza, la mancanza di affetto, di cure e di attenzioni di cui molte sono state private sin dall’infanzia, le violenze subite, l’impossibilità di  poter conoscere una “vita normale”. Sono Laura, Cinzia, Gina, Silvana e tante altre detenute che hanno un nome, una storia più o meno tragica, ma che ti accolgono quasi sempre con fiducia perché tu rappresenti la possibilità di essere ascoltate. E’ proprio durante l’ascolto che si acquisiscono le informazioni sugli aspetti cognitivi ed emozionali delle donne, sulle loro paure, sulla loro rabbia. La paura si trova in storie dove sono presenti traumi, trascuratezza, abbandoni, istituzionalizzazioni, il tutto vissuto molto spesso in ambienti svantaggiati culturalmente e socialmente. La rabbia sopprime il dolore e protegge dalla sofferenza e si accompagna spesso con la conseguente incapacità di tollerare gli eventi frustranti, di adottare strategie ed obiettivi futuri. neonatomammaAll’interno del carcere le donne possono usufruire di corsi di istruzione, di formazione professionale, di attività culturali, ricreative e sportive. Non tutte aderiscono a queste attività: per apatia, per disinteresse, per non essere adeguatamente motivate, per completa mancanza di istruzione e socializzazione. La finalità dell’offerta formativa, in tutte le sue specificità, dovrebbe mirare all’emancipazione delle donne ristrette, all’arricchimento personale, ad una maggiori consapevolezza del sè nonché a migliorare le competenze spendibili sul mercato del lavoro una volta uscite dal carcere, considerando che le condizioni occupazionali di partenza sono per la quasi totalità di disoccupazione o occupazione casalinga. Il lavoro che generalmente svolgono all’interno del carcere rispecchia quello svolto all’esterno: lavanderia, pulizie, orto e le più istruite riescono ad avere il ruolo di “scrivane”.  E’ chiaro che solo una piccola parte  di donne è ammessa al lavoro per motivi di carenza di posti disponibili. Molte straniere non conoscono la lingua italiana ed è difficile per loro poter comunicare se non trovano un mediatore o un’altra detenuta del paese di origine che conosce la nostra lingua. Purtroppo, può accadere di trovarsi di fronte una donna proveniente da un paese lontano che durante la detenzione subisce la perdita di una persona cara, senza la possibilità di poterla riabbracciare per l’ultima volta, di potersi stringere nel cordoglio familiare che è anche sostegno e forza. E le vedi smarrite, con gli occhi umidi di pianto e con il bisogno di avere una spalla su cui poter piangere e un orecchio che ascolti il loro dolore. Altre più fortunate hanno la loro famiglia vicino e vivono nell’attesa dell’incontro, in particolare con i propri figli. Sono questi ultimi a dare alle donne forza sufficiente per superare il periodo più o meno lungo della permanenza in carcere, anche se quasi sempre il sentimento di amore della donna è accompagnato da forti sensi di colpa e dalla consapevolezza di non poter partecipare come madre allo sviluppo psicologico e fisico dei propri figli. Ma voglio dare la parola ad una detenuta della Casa Circondariale di Rebibbia, che in occasione dell’incontro tenutosi all’interno dell’istituto per la festa dell’8 marzo di quest’anno ha letto un suo scritto. Vorrei citare, infine, la poesia sulle donne della poetessa Alda Merini che pur descrivendo una diversa realtà (la malattia mentale), ci riporta pur sempre alla problematica di un’istituzione chiusa.

                                                                                     Vincenza Salinetti

La lontananza

Tutti questi anni la lontananza  ed il distacco forzato dai propri figli è la pena più lacerante che ogni madre deve superare. Non basta lavorare, frequentare attività per far sì che la mente solo per un istante possa dimenticare o non domandare. La sera, a chiusura , vorrei sprofondare perché la mia mente inizia a viaggiare ed è proprio lì che i ricordi riaffiorano. Ogni madre si augura di non arrecare dolore ai propri figli, quello che noi non abbiamo saputo evitare. Noi mamme dovremmo accudirli, rassicurarli, prenderci cura di loro; invece, in questi anni sono stati i miei figli a trasmettermi la forza di combattere, lottare, ma soprattutto di cambiare. Questo giorno non è festa per me, provo soltanto amarezza. Perché essere donna non mi fa sentire felice in quanto come madre non sono stata capace di dare?  Oggi solo grazie allo sguardo innocente, impaurito, penetrante dei miei figli sono pronta a ricominciare come madre e come donna.

                                                                                              Cinzia T.

A tutte le donne

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.

Alda Merini

Share Button

Comments are closed.