carcereLa prima cosa che colpisce, entrando in un carcere femminile o maschile che sia, è il passaggio attraverso le varie porte che permettono al visitatore di accedere nel “mondo interno” e il rumore delle chiavi che aprono e chiudono cancelli e celle.

Il tempo nel carcere è contrassegnato da questi rumori e, talune volte, da voci che si alzano per la disperazione. Parlando del carcere femminile, esso non si discosta di gran lunga da quello maschile, in quanto il carcere è ideato ed organizzato secondo sistemi di stampo maschile. Questo è dovuto sia all’esistenza di poche sezioni femminili e dal numero nettamente limitato di detenute rispetto a quello maschile.

Per quanto riguarda i reati commessi da donne, possiamo dire che quelli più comuni sono i reati contro il patrimonio e la violazione della legge sulla droga. Invece, per le straniere internate, ci sono prevalentemente reati per resistenza al pubblico ufficiale, prostituzione, risse e, per quanto riguarda le rom, vagabondaggio. E ’evidente che in tutti questi reati manca l’elemento della violenza, caratteristica invece dei reati maschili, come peraltro nella vita comune. Nel tempo le straniere detenute sono notevolmente aumentate di numero e il carcere ha dovuto adattarsi, ma non molto, a questa nuova realtà. In genere, la loro condizione è peggiore rispetto alle detenute italiane sia per problemi di lingua sia per lontananza della famiglia.

La detenzione femminile deve essere considerata sia dal punto di vista sociologico che psicologico. 

Tralasciando in questa sede il punto di vista sociologico, contrassegnato da percorsi di marginalità sociale, di basso livello di scolarizzazione, di basso stato socio-economico, di vita relazionale povera, ci focalizzeremo su caratteristiche che riguardano la psicologia delle detenute quali: la responsabilità affettiva, la somatizzazione dell’esperienza detentiva, la problematica sessuale , la mancanza di stima.

La grande preoccupazzione delle detenute è quella di aver “abbandonato” la propria famiglia e, soprattutto, i propri figli. Si deve considerare che la società, in particolare per l’estrazione sociale da cui provengono le stesse, attribuisce alla donna principalmente i compiti di accudimento della casa e dei figli e, quindi, la responsabilità affettiva dell’intera famiglia. Spesso la donna si sente fallita, non meritevole di amore e sperimenta sensazioni d’impotenza e sintomi depressivi.

Di conseguenza la donna, oltre il peso della carcerazione, vive un forte senso di colpa e di impotenza nei confronti della famiglia. Tutto questo si ripercuote nel vivere un malessere psichico che si trasforma in malessere fisico.

Il “tempo carcerario” è infinito, difficile da gestire perché non è il tuo “tempo”.

Nel carcere c’è anche un tempo-spazio, inteso come limitazione se pensiamo allo spazio reale che la detenuta occupa (celle). La prigionia amplifica i problemi personali e ti fa sentire infinitamente sola. Queste condizioni psicologiche si trasformano in sofferenze fisiche. Un corpo costretto al silenzio, all’immobilità ed alla solitudine fa del sintomo fisico il suo portavoce. Ed il carcere tende alla medicalizzazione dei sintomi psichici. La cura è essenzialmente farmacologica, con grande uso di psicofarmaci (sedativi, ansiolitici) in modo da “silenziare” la voce del disagio.

Un altro problema importante è come viene vissuta la sessualità. La donna ha una vita affettiva più intensa di quella maschile, con forte desiderio di dare e ricevere amore, cure, attenzione. Il bisogno di tenerezza, di affetto, di contatto fisico, di complicità, implica a volte una scelta omosessuale che permette alla donna di avere ancora un’identità femminile in un ambiente che tende alla spersonalizzazione ed all’anonimato.

All’interno del carcere operano pochi psicologi, con poche ore a disposizione e con pochi mezzi. Da questo si comprende come l’intento della “rieducazione della pena” trova ostacoli enormi. La terapia psicologica deve tendere a porre al centro dell’attenzione la donna con la prospettiva di far raggiungere alla stessa una maggiore comprensione di sé (anche rispetto al reato commesso), del suo ruolo all’interno della società e la consapevolezza di percepirsi come individuo capace di affrontare le difficoltà della vita e di ritenersi una persona degna di essere amata e considerata.

tranquillaLa donna deve recuperare la propria dignità in quanto valore intrinseco ed inestimabile di ogni essere umano. La stessa, inoltre, deve raggiungere un’immagine di sé positiva,in grado di agire in maniera autonoma ed efficiente per poter utilizzare al meglio le proprie potenzialità. Il compito della psicologa è quello di essere una figura di sostegno al fine di far uscire la donna dall’influenza limitante delle proprie convinzioni negative circa le sue possibilità e di raggiungere un senso d’autostima e competenza personale affinché diventi protagonista attiva della propria vita.

Il percorso è ancora lungo.

A questo punto vorrei dare voce alle stesse donne di cui abbiamo parlato finora, pubblicando tre poesie scritte da detenute del carcere di Torino che mi sono sembrate non solo belle ma rappresentative dei sentimenti, delle paure, delle ansie che le stesse vivono durante il periodo di detenzione.

Quando

Canzone triste

A volte capita
Enza Salinetti

 

 

 

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